Stanotte non ho dormito molto, ho sentito freddo, la stanza è piena di spifferi. C'è una luce alla finestra e ti sembra sempre l'alba, poi l'alba arriva e ti frega sul più bello: proprio quando ti sei abituato a questo crepuscolo artificiale stile fuoco fatuo, al freddo, alle coperte senza lenzuola, al rumore del climatizzatore, alle grida di strani uccelli mattinieri e al traffico aereo (siamo vicini all'aeroporto)... la sveglia suona.
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Fare l'accredito è un momento che rimane sempre scolpito nella mente. Prima di tutto per la foto, si tende sempre a fare dei provini in camera, davanti allo specchio, per non avere la faccia da scemo per un mese appesa al collo. E puntualmente esce sempre una foto assurda, Con gli occhi sbarrati, la bocca storta e le guance gonfie stile bisacce per cavalli. Non c'è tempo per ragionare, la gente è in fila da parecchio, alla fine si tende sempre ad accettare il primo scatto del fotografo. Ed eccomi qui con una foto orrenda sul collo, pronto per il primo giorno all'IBC (il centro di produzione di tutte le televisioni).
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Uscendo dalla tenda non posso fare a meno di abbassare gli occhi e vergognarmi per la fila al centro accrediti. Una fila non ha mai fatto male a nessuno. Ma le file sono due, una per i bianchi e una per i neri. Vergogna. Anche perchè mi sono anch'io messo nella mia fila. La coda si forma con agghiacciante naturalezza, noi di qua e loro di là. Qui A Johannesburg, Joburg per gli amici, niente è normale. Tutto rimanda a ferite ancora aperte, a spaccature sociali incolmabili, ai muri altissimi protetti da fili elettrificati, alla violenza e alla vergogna. L'IBC diventa per assurdo un'ancora di salvezza. Entro e tutto è sempre uguale. Sembra sempre lo stesso luogo di altre 100 trasferte. Si comincia. A testa bassa. Ma non per il lavoro...
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